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giovedì 4 marzo 2010

La sottile linea rossa tra informazione e manipolazione



Ovvero perchè la par condicio era, è e rimarra sempre 'na strunzata

di Trippi



Ho ricordi nebulosi di una giovanissima Trippi iscritta a Lingue e letterature straniere all'Università Cattolica di Milano. Seguiva i corsi di "Teoria e tecnica dell'Informazione" del suo mito, Aldo Grasso e sognava di diventare una giornalista.

Venivano spesso a fare lezione i grandi cervelli dell'informazione italiana, erano infatti i tempi in cui i Biagi e i Montanelli non erano una polemica ideologica e sterile tra destra e sinistra, ma mostri sacri dell'informazione contesi dalle università.

Erano tempi in cui avevamo tutti le mani pulite e il sedere sporco, figli degli italiani cresciuti nel dopoguerra, quelli che si erano arricchiti rapidamente per mancanza di regole o per il loro mancato rispetto negli anni 70/80, avrebbero continuato a farlo negli anni 90 per mandare in malora il paese nel nuovo millennio. Anni in cui il macrotema che appassionava noi, i figli della televisione, era la scomparsa del giornalismo d'inchiesta e il nuovo modo di fare il corrispondente di guerrra.
La copertina di Berlusconi con il Fez su L'Espresso sarebbe comparsa un paio d'anni dopo.

Sarebbe venuto Sandro Curzi, l'ex direttore di telekabul, allora a capo delle news di TMC, futura La 7, a spiegare a una folla adorante di aspiranti cronisti che stronzata fosse la PAR CONDICIO che la politica avrebbe introdotto di li a breve (Nel '92 era uscito il libro "Giù le mani dalla Tv" e si era dimesso dalla Rai dei Professori per contrasti con la dirigenza).

Nel mentre mi sono laureata proprio nella materia di Grasso e dopo la specializzazione sono rimasta come cultore della materia a spiegare ai nuovi arrivati le strategie comunicative e produttive dei tg, settore nel quale lavoravo.

Quanta informazione è passata nel mentre dai nostri teleschermi?

La par condicio ormai non desta nessuna polemica, non c'è più nessun Biagi, Montanelli o un più giovane Curzi a sobillare gli animi.

La tesi più rivoluzionaria, che per noi studenti di informazione era un ovvietà, la sento proprio dal mio professore di allora in un video di Corriere.it.

Le trasmissioni di approfondimento giornalistico politicizzate non muovono voti. Chi le guarda la pensa già così e può uscirne solo rafforzato nelle sue opinioni, chi la pensa diversamente continuerà a farlo, convinto di essere di fronte alla solita ideologia della controparte. Che poi non esista l'obiettivita nell'informazione è tema che in questo blog abbiamo già affrontato, ma allora dov'è il pericolo? Nel sentire un pensiero schierato dove ci si aspetta di trovarlo o in quello teoricamente apolitico della figura dell'esperto che insinua il dubbio sulla legittimità o meno di un comportamento o di una linea politica?


Grazie ancora Professore


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