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mercoledì 6 ottobre 2010

Io, speriamo che non mi ammalo


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Lo so che è sgrammaticato, ma è voluto, per fare un pò il verso al bestseller di tanti anni fa "Io speriamo che me la cavo", sui temi dei bambini del napoletano. Il libro offriva uno spaccato della vita e delle paure degli scugnizzi, in bilico tra l'infanzia e le pressioni della vita adulta. Ma quali saranno le paure di quei bambini, diventati adulti? Quali sono le paure degli italiani? Gli stranieri? La povertà? La perdita del lavoro?
Secondo l'indagine "Gli scenari del Welfare. Tra nuovi bisogni e voglia di futuro" presentato ieri da Censis e Ania Consumatori, l'incubo degli italiani è la non autosufficienza (85,7%). Bisognerebbe spiegare ai politici, poi, che i cittadini sono maggiormente spaventati dall'idea di una malattia, perchè non sarebbero in grado di pagare le spese mediche (82,5%), che dalla criminalità (e microcriminalità 77,7%).
La paura di perdere il lavoro si piazza "solo" al 4 posto (75,1%), sarà assuefazione alla crisi o, molto banalmente (garantisco perchè l'ho appena sperimentato sulla mia pelle), sarà la prospettiva che a questo ci può essere un rimedio mentre alla morte (che arrivi per malattia o da un delinquente) no.
La paura di non avere la pensione in vecchiaia è prioritaria nel 67,6% dei casi.
Certo parliamo di percentuali alte in tutti i casi, ma se lo stato sociale abbandona i propri membri proprio nel momento del bisogno (con la cronicizzazione di una malattia, per la diminuzione dei coefficenti di handicap che hanno accesso agli aiuti etc. etc), se le regioni non hanno più quei fondi necessari a garantire l'assistenza sanitaria le paure sono comprensibili e condivisibili. Soprattutto se si vive in regioni in cui l'accesso all'ospedale, di per se è un fattore di rischio. Il 32% degli italiani si è ritrovato a dover gestire "in solitudine"
"gravi situazioni di disagio legate alla necessità di assistere persone non autosufficienti o malati terminali, oppure portatori di handicap, di affrontare situazioni di dipendenza da alcol o droghe, di sopperire all’improvvisa perdita di reddito o alla disoccupazione di un loro congiunto. Si tratta di disagi gestiti dalle famiglie in totale autonomia (59%) o con il sostegno di amici o parenti (28%), in assenza o con uno scarso apporto del sistema di welfare, che in questi casi presenta delle vere e proprie falle, venendo meno alla sua funzione tradizionalmente universalistica".
Ecco perchè da un lato mi dispiace che l'Italia, a differenza degli altri paesi, appena impegnatisi all'ONU per il 2011 non prometta  di dare neanche un cent al Fondo Anti l'AIDS.

Ma è anche vero che ci vorrebbe una gran faccia di tolla a farla, diciamocela chiara, anche perchè il nostro paese non ha versato i fondi promessi per il 2009 e tantomeno quelli per il 2010 (290 milioni di euro promessi e che si potranno, forse, dare a rate da qui all'infinito).


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